
Il ruolo dei pentiti di mafia: la storia di Anna Carrino
a cura di Benedetta Zorzetto

A partire dagli anni Ottanta la lotta contro la criminalità organizzata ha conosciuto una svolta decisiva, raggiunta anche grazie al crescente impiego dei collaboratori di giustizia come risorsa investigativa. L’introduzione di questo strumento ha consentito di penetrare all’interno delle strutture criminali, tradizionalmente sottratte al controllo dell’autorità, e conoscere in modo inedito i modelli e le strutture organizzative impiegate dai più potenti clan mafiosi.
A questo scopo, è stata di grande rilievo la cosiddetta legge Cossiga, adottata nel contesto del terrorismo, ma che ha trovato grande applicazione anche nel contrasto alla mafia. A partire da questa norma infatti è stata introdotta la discussione e l’elaborazione di un complesso di interventi normativi antimafia. Il primo passo avviene nel 1980 quando vengono riconosciuti benefici di pena per chi collabora con le forze dell’ordine e i magistrati, in seguito il maxiprocesso di Palermo e poi le stragi di Capaci e via D’Amelio hanno contribuito al rafforzamento e alla sistematizzazione del fenomeno del pentitismo.
Dal punto di vista tecnico, è importante definire esattamente il ruolo del collaboratore di giustizia. Questo termine indica un soggetto inserito e partecipe in un sodalizio criminale che decide di dissociarsene fornendo all’autorità giudiziaria informazioni utili sulla struttura dell’organizzazione criminale e sui fatti di reato commessi dai suoi affiliati.
Proprio in questo contesto si inserisce la figura di Anna Carrino, fuggita da Casal di Principe nel 2007 e in seguito arrestata a Roma, che ha deciso di collaborare con la giustizia. Questa scelta non è stata però priva di conseguenze poiché l’ha resa vulnerabile ed esposta a costanti minacce di ritorsione. Anna Carrino è stata per trent’anni all’interno del clan dei Casalesi, inizialmente il suo ruolo era semplicemente quello di compagna del boss Francesco Bidognetti, in seguito all’arresto di quest’ultimo, nel 1993, Anna ha sostanzialmente modificato la sua posizione ottenendo un ruolo centrale e diventando “la voce” del boss fuori dal carcere. Francesco Bidognetti, sottoposto al regime del 41 bis e con una condanna all’ergastolo, aveva ideato un sistema cifrato per comunicare con la compagna che gli permetteva di continuare a impartire ordini nonostante la reclusione.
Queste dinamiche hanno consentito che la Carrino si trovasse a possedere numerose informazioni preziose per lo Stato, la sua testimonianza è stata infatti indispensabile per gli inquirenti, consentendo di far luce su fatti e dinamiche interne al clan che difficilmente sarebbero emersi senza la sua collaborazione. La scelta di fornire informazioni alle autorità ha portato la Carrino a stravolgere la sua vita: oggi vive sotto falso nome e fruisce del servizio centrale di protezione, fuggendo non ha portato con sé i tre figli, i quali sono rimasti a Casal di Principe e sono oggi dei noti membri del clan.
Questa vicenda evidenzia le potenziali criticità dello strumento di collaborazione. Anna Carrino, come molti altri collaboratori, detiene un interesse personale ad ottenere i benefici previsti dal programma, i vantaggi concessi sono infatti notevoli: benefici penali, misure di protezione oltre che sostegni economici e sociali.
Questo sistema rischia di incentivare i collaboratori a rendere dichiarazioni non completamente veritiere al fine, ad esempio, di coinvolgere altri soggetti solo per accrescere il loro valore o per ottenere vendetta verso un membro del clan. Questo comportamento sarebbe chiaramente deleterio per l’intero sistema investigativo delle autorità e proprio per evitare comportamenti opportunistici la giurisprudenza adotta dei rigidi parametri di valutazione della prova. Le prove fornite dai pentiti sono infatti spesso limitate alla sola prova dichiarativa che però non è sufficiente; l’art 192 comma 3 c.p.p. infatti delinea i criteri fondamentali che si basano sulla credibilità del dichiarante e sulla necessità di riscontri documentali o altri elementi oggettivi verificabili, accompagnati sempre da una testimonianza coerente e dettagliata. Attraverso questo meccanismo si riescono a bilanciare gli interessi di tutti i soggetti coinvolti.
In conclusione, la figura dei collaboratori rimane controversa ed il dibattito resta aperto. Da un lato è innegabile che il loro ruolo sia ad oggi indispensabile per proseguire la lotta alla criminalità organizzata, spesso radicata sul territorio italiano e difficilmente accessibile da parte delle autorità. Dall’altro il peso determinante della prova dichiarativa spesso solleva temi contrastanti con il principio del giusto processo soprattutto quando quest’ultima assume un ruolo decisivo.